Ho presentato in Parlamento due interrogazioni sul caso Pipistrel, incentrate sulla vicenda che ormai da anni sta tenendo banco a Gorizia, ovvero l'apertura del nuovo stabilimento di produzione di aerei ultraleggeri, oggetto tra l'altro di vari atti vandalici.
Le due interrogazioni, rivolte una al ministro dell'Interno e una a quello delle Infrastrutture e Trasporti, intendono fare luce su entrambe le vicende, ovvero i ritardi per l'apertura della fabbrica e i danneggiamenti.
Nella prima interrogazione, rivolta al ministro delle Infrastutture, ripercorro la vicenda della Pipistrel, iniziata ancora nel lontano 2005 con il primo annuncio da parte della proprietà dell'azienda di voler aprire una sede a Merna, a cui fa seguito nel 2014 l'avvio dei cantieri per la realizzazione della sede-magazzino all'aeroporto Duca d'Aosta. Al momento tutto è fermo in attesa del via libera dell'Enac. Chiedo quindi al Ministro “i motivi per i quali da settembre 2016 l'Enac non ha ancora ottemperato all'obbligo di affidare in via definitiva la gestione dell'aeroporto Duca d'Aosta ala Società Consortile, atto che consentirebbe l'immediato avvio dell'operatività alla Pipistrel dando così una vera svolta all'economia della provincia isontina messa a dura prova dalla crisi.''
La seconda interrogazione, al Ministro degli Interni, riguarda una questione se possibile ancora più spinosa, ovvero gli atti di vandalismo di cui l'azienda è stata fatta oggetto: subito dopo l'inizio dei primi lavori, la Pipistrel ha subìto il primo atto vandalico, con il danneggiamento di una cisterna e dell'impianto elettrico (notizia che l'azienda decide però di tenere riservata), nel dicembre del 2014 un altro atto vandalico con la rottura a sassate di una decina di finestre, nel marzo del 2016 è la volta di quaranta vetrate mandate in frantumi per un danno che si aggira attorno ai 50mila euro. Infine nel dicembre 2016 si verifica un nuovo danneggiamento alle vetrate, ma questa volta i responsabili dell'atto riescono a mettere fuori uso anche il quadro elettrico e, cosa ben più grave, lasciano un messaggio scritto in inchiostro rosso sul muro interno alla struttura appena realizzata: "Ivo go home", ovvero "Ivo (riferito a Boscarol, il patron dell'azienda slovena) vai a casa". Vorrei quindi sapere dal ministro se non ritenga che “il fatto, già grave in quanto atto vandalico diretto verso una nuova realtà imprenditoriale molto importante per il territorio, non sia aggravato da una componente nazionalistica e razzista vista la provenienza slovena dell'azienda e del titolare, elemento particolarmente preoccupante in una zona come quella goriziana che dovrebbe fare della collaborazione transfrontaliera il suo punto di forza”.
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mercoledì 18 gennaio 2017
venerdì 16 settembre 2016
Dragaggio Canale Est -Ovest: interrogazione al Ministro
La vicenda dello stop alle operazioni di dragaggio del Canale Est Ovest da parte dell'Agenzia regionale per l'Ambiente è stata portata all'attenzione del Ministro dell'Ambiente da una mia interrogazione, nella quale ho chiesto se «si ritenga opportuno introdurre in questo e in altri casi simili la possibilità per l'ente di iniziare le opere così necessarie al tessuto produttivo locale, prevedendo piuttosto l'obbligo per l'ente titolare del progetto di procedere a un'integrazione della documentazione presentata entro un termine prefissato, sia pure successivo all'effettivo inizio dei lavori».
La vicenda del dragaggio ha infatti qualcosa di paradossale. Il comprensorio del Canale Est-Ovest è minacciato dal problema dell'insabbiamento dei fondali a causa dei fanghi che ogni anno al termine dell'inverno, a causa del maltempo e le mareggiate, intasano il il canale. Per ovviare a tale problema, che rischia di impedire l'accesso non solo alle centinaia di di imbarcazioni da diporto delle società nautiche, ma anche ai vari cantieri e Marina, che rappresentano il cuore del polo nautico del Lisert (Marina Lepanto, Cadei, i cantieri Ocean, Nautec, Crackboat, Robymar e MonteCarlo Yachts che danno lavoro a dipendenti diretti e creano un grande indotto) la Regione Friuli Venezia Giulia ha varato in data 30 marzo 2016 il decreto per la realizzazione di un progetto di dragaggio innovativo stanziando un importo di 340.000 euro.
Il Consorzio per lo Sviluppo Industriale di Monfalcone, che coordina le opere di dragaggio, ha provveduto ad avviare uno studio sedimentologico e correntometrico, nonché una serie di analisi preliminari, tra i quali la mappatura del fondale e il censimento delle specie fanerogame. La Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia ha comunicato in data 24/06/2016 le sue prescrizioni per l'opera di dragaggio del fondale, approvando il progetto in quanto ''ritenuto compatibile con la conservazione dei beni paesaggistici tutelati''. Poi però l'Agenzia Regionale per l'Ambiente del Friuli Venezia Giulia ha fornito giudizio negativo, nonostante nelle premesse la stessa Arpa sostenga che ''i potenziali effettivi negativi ambientali saranno unicamente la fase di cantiere'', mentre ''su paesaggio e habitat invece vengono riconosciute ricadute positive al termine dei lavori'', e ammetta che le verifiche chimico-analitiche sono ancora in corso nei laboratori Arpa, basando di fatto il giudizio negativo solo su alcune carenze documentali riscontrate nello studio presentato. Chiedo dunque al Ministro la soluzione di questo stallo.
La vicenda del dragaggio ha infatti qualcosa di paradossale. Il comprensorio del Canale Est-Ovest è minacciato dal problema dell'insabbiamento dei fondali a causa dei fanghi che ogni anno al termine dell'inverno, a causa del maltempo e le mareggiate, intasano il il canale. Per ovviare a tale problema, che rischia di impedire l'accesso non solo alle centinaia di di imbarcazioni da diporto delle società nautiche, ma anche ai vari cantieri e Marina, che rappresentano il cuore del polo nautico del Lisert (Marina Lepanto, Cadei, i cantieri Ocean, Nautec, Crackboat, Robymar e MonteCarlo Yachts che danno lavoro a dipendenti diretti e creano un grande indotto) la Regione Friuli Venezia Giulia ha varato in data 30 marzo 2016 il decreto per la realizzazione di un progetto di dragaggio innovativo stanziando un importo di 340.000 euro.
Il Consorzio per lo Sviluppo Industriale di Monfalcone, che coordina le opere di dragaggio, ha provveduto ad avviare uno studio sedimentologico e correntometrico, nonché una serie di analisi preliminari, tra i quali la mappatura del fondale e il censimento delle specie fanerogame. La Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia ha comunicato in data 24/06/2016 le sue prescrizioni per l'opera di dragaggio del fondale, approvando il progetto in quanto ''ritenuto compatibile con la conservazione dei beni paesaggistici tutelati''. Poi però l'Agenzia Regionale per l'Ambiente del Friuli Venezia Giulia ha fornito giudizio negativo, nonostante nelle premesse la stessa Arpa sostenga che ''i potenziali effettivi negativi ambientali saranno unicamente la fase di cantiere'', mentre ''su paesaggio e habitat invece vengono riconosciute ricadute positive al termine dei lavori'', e ammetta che le verifiche chimico-analitiche sono ancora in corso nei laboratori Arpa, basando di fatto il giudizio negativo solo su alcune carenze documentali riscontrate nello studio presentato. Chiedo dunque al Ministro la soluzione di questo stallo.
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martedì 3 giugno 2014
Stati generali artigianato nautico: una riflessione...
Venerdì scorso ero agli Stati generali dell'artigianato nautico. Ho apprezzato in particolare lo spirito che vi si sentiva: non di rassegnazione, ma di voglia di fare. Mi hanno colpito in positivo, in particolare, gli interventi dei rappresentanti di categoria, che hanno evitato ogni polemica puntando invece sull'assunzione di responsabilità e sulla volontà di affrontare gli ostacoli. Se c'è un modo di interpretare il risultato alle urne delle Europee credo sia proprio questo: la volontà di trovare soluzioni che non siano semplicemente stanziare nuovi fondi per tenere a galla un mercato, bensì fare un esame approfondito di quello che va e che non va nella nostra economia e società e poi prendere i necessari provvedimenti, che forniscano quindi delle soluzioni definitive. Per questo ritengo importante ogni spinta alle riforme, che siano per il Senato o per la burocrazia, perché tutto ha poi influenza in ogni settore della nostra vita, privata ma anche economica. E per questo si deve essere anche pronti a fare qualche rinuncia (e penso al Punto nascita o al tribunale di Gorizia) se si pensa che i fondi, poi, potranno essere utilizzati per il miglioramento della vita di tutti. Anche nel settore della nautica, ovviamente, vale lo stesso discorso: una riforma della burocrazia significa leggi più veloci e interventi più agili, ecco perché è importante coltivare il nuovo spirito che sta emergendo in questi giorni.
mercoledì 12 febbraio 2014
Detroit: crisi a cui tutti devono fare attenzione
Purtroppo la situazione della Detroit di Ronchi va a sommarsi alle tante altre situazioni di crisi del nostro paese, per risolvere le quali ci si dovrebbe attivare subito in maniera decisa e compatta. Purtroppo l'instabile situazione politica attuale ostacola non poco questo processo. Nel caso della Detroit, oltre a inviare la mia solidarietà ai lavoratori e alle loro famiglie, voglio cercare di capire se ci sia la possibilità di aprire un tavolo di confronto a livello nazionale per trovare una soluzione alla crisi di un'azienda che è comunque un fiore all'occhiello della nostra economia, o se qualche azione in questo senso sia già stata fatta e abbia bisogno di un supporto. Mi auguro che l'attenzione di tutti, dal livello locale in su, non venga meno su questi e altri momenti difficili.
venerdì 7 febbraio 2014
Alitalia: si deve tutelare il territorio
Benissimo il piano industriale Alitalia aperto e globale, auspicabile il rapporto con Etihad, giusto il piano industriale e di sviluppo dell'Aeroporto di Fiumicino, ma occorre ricordare ad Alitalia, la compagnia di bandiera del nostro paese, che esistono territori che hanno bisogno di lei, come il Friuli Venezia Giulia e il Piemonte, con decisioni prese assieme e non affidate solo ed esclusivamente ai manager.
Così ho replicato in aula al ministro delle Infrastrutture e Trasporti Maurizio Lupi in merito alla risposta data all'interrogazione a risposta immediata sulle ''linee portanti della possibile partnership finanziaria e industriale tra Alitalia ed Etihad''.
Lupi ha spiegato che «Abbiamo presentato un Piano nazionale degli aeroporti che, per la prima volta, ragiona su aeroporti strategici e aeroporti di interesse nazionale. L'accordo tra privati deve essere funzionale a questo rilancio del piano industriale nel recuperare fette di mercato, dando nuova spinta all'occupazione e dando nuovo grande respiro».
Ho replicato dicendo che tutte queste sono ottime premesse. Non dobbiamo però dimenticarci che Alitalia è la nostra compagnia di bandiera, e quindi deve prevedere particolare attenzione per i territori nazionali, specialmente quelli non toccati dall'offerta ''concorrenziale'' delle ferrovie. Penso alle isole, che hanno la necessità di collegamenti con il resto del paese e il mondo, ma anche il nord, come il Piemonte e il Friuli Venezia Giulia, e quindi mi auguro che si possa ben utilizzare le opportunità di Expo 2015.
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martedì 4 febbraio 2014
Banca d'Italia: le domande-risposte per capire la vicenda
Una interessante sintesi della vicenda Banca d'Italia, domande. risposte chiare.
SINTESI DELLE FAQ SU RIFORMA ASSETTO PROPRIETARIO BANCA D’ITALIA
Chi possiede Banca d’Italia? La Banca d’Italia non è mai stata statale, ma proprietà degli istituti bancari e assicurativi.
Qual è oggi la compagine azionaria? Oggi più del 50 per cento è in mano a Intesa San Paolo e Unicredit.
C’è quindi il pericolo che i controllati (le banche) controllino il controllore (la Banca d’Italia esercita la vigilanza sui mercati del credito e delle assicurazioni)? No, perché la Banca d’Italia è e resta un Istituto di diritto pubblico e i soci proprietari delle azioni non hanno alcun potere sulla governance dell’istituto e sulla gestione delle attività istituzionali della Banca.
Cosa succede con la riforma? Nessuno potrà possedere più del 3 per cento delle azioni di Banca d’Italia. Gli azionisti che oggi ne possiedono di più dovranno vendere.
Qual è la regola per la rivalutazione? La nuova regola è che agli azionisti verrà riconosciuto un rendimento non superiore al 6 per cento del capitale investito (non più, quindi, delle riserve). Il valore del capitale viene portato a 7,5 miliardi. Quindi, il massimo dei dividendi attribuibili in futuro è di 450 milioni, una cifra inferiore al massimo oggi raggiungibile.
Qual è il beneficio “di sistema” di questa operazione? Finora le azioni di Banca d’Italia non potevano far parte del capitale di vigilanza dei soggetti che le possedevano, appunto perché non stavano sul mercato e non c’era un criterio univoco di valutazione. Grazie alla riforma, potranno essere inserite nel capitale di vigilanza.
E allora? C’entrano forse Basilea 3 e i nuovi criteri prudenziali dell’Unione bancaria? Sì. Le banche sono limitate, nel credito che possono erogare, dalla quantità del loro patrimonio. I requisiti di patrimonializzazione richiesti alle banche sono molto aumentati dopo la crisi del 2008-2009. Tutti gli organismi internazionali, e per ultima l’Unione Europea, hanno introdotto metodi più stringenti di valutazione dei rischi e requisiti patrimoniali più elevati. E questo è, insieme alla crisi dell’economia reale, una delle cause della restrizione del credito bancario di cui soffrono soprattutto le imprese piccole e medie.
Quindi i 7,5 miliardi derivanti dalla rivalutazione rafforzano il patrimonio del sistema bancario? Sì. E si ottiene questo risultato senza spendere neanche un euro del bilancio pubblico. I proprietari delle azioni rivalutate le venderanno sul mercato per scendere al 3 per cento: i soldi che andranno alle banche verranno dal mercato, non dallo Stato.
Le riserve della Banca d’Italia potrebbero essere usate per altri scopi, ad esempio per finanziare investimenti pubblici o altre forme di spesa pubblica? No, assolutamente no. Non si tratta di un “tesoretto” a cui liberamente attingere, ma appunto di un attivo che garantisce l’intero paese all’interno dell’Unione Economica e Monetaria. Oggi, dopo la crisi finanziaria e con l’Italia soggetta alla crisi del suo debito pubblico, è impensabile anche solo ipotizzarlo. In realtà, le riserve non vengono spese neppure con l’operazione effettuata dal decreto 133, perché esse cambiano semplicemente collocazione all’interno dello stato patrimoniale della Banca d’Italia, spostando 7,5 miliardi da riserve a capitale sociale. Abbiamo però ottenuto il massimo possibile nelle condizioni date: utilizzarle come volano per il rafforzamento del patrimonio del sistema finanziario (bancario e assicurativo) italiano, con effetti indirettamente positivi sulla crescita tramite riduzione delle restrizioni sul credito.
Perché la riforma di Banca d’Italia è stata legata all’IMU? Perché la copertura finanziaria per l’abolizione della rata IMU prima casa di dicembre è stata messa a carico del settore creditizio, finanziario e assicurativo, nonché della stessa Banca d’Italia, con l’aumento degli acconti IRES e IRAP e con un’addizionale straordinaria alle aliquote IRES, per un totale di 2,163 miliardi nel 2013 e 1,5 nel 2014. Mentre, da un lato, si chiede questo sforzo al settore, dall’altro gli si concede il beneficio indirettamente derivante dalla rivalutazione delle azioni della Banca centrale. Peraltro, dalla rivalutazione emergerà un introito fiscale aggiuntivo di circa un miliardo per il bilancio dello Stato.
SINTESI DELLE FAQ SU RIFORMA ASSETTO PROPRIETARIO BANCA D’ITALIA
Chi possiede Banca d’Italia? La Banca d’Italia non è mai stata statale, ma proprietà degli istituti bancari e assicurativi.
Qual è oggi la compagine azionaria? Oggi più del 50 per cento è in mano a Intesa San Paolo e Unicredit.
C’è quindi il pericolo che i controllati (le banche) controllino il controllore (la Banca d’Italia esercita la vigilanza sui mercati del credito e delle assicurazioni)? No, perché la Banca d’Italia è e resta un Istituto di diritto pubblico e i soci proprietari delle azioni non hanno alcun potere sulla governance dell’istituto e sulla gestione delle attività istituzionali della Banca.
Cosa succede con la riforma? Nessuno potrà possedere più del 3 per cento delle azioni di Banca d’Italia. Gli azionisti che oggi ne possiedono di più dovranno vendere.
Qual è la regola per la rivalutazione? La nuova regola è che agli azionisti verrà riconosciuto un rendimento non superiore al 6 per cento del capitale investito (non più, quindi, delle riserve). Il valore del capitale viene portato a 7,5 miliardi. Quindi, il massimo dei dividendi attribuibili in futuro è di 450 milioni, una cifra inferiore al massimo oggi raggiungibile.
Qual è il beneficio “di sistema” di questa operazione? Finora le azioni di Banca d’Italia non potevano far parte del capitale di vigilanza dei soggetti che le possedevano, appunto perché non stavano sul mercato e non c’era un criterio univoco di valutazione. Grazie alla riforma, potranno essere inserite nel capitale di vigilanza.
E allora? C’entrano forse Basilea 3 e i nuovi criteri prudenziali dell’Unione bancaria? Sì. Le banche sono limitate, nel credito che possono erogare, dalla quantità del loro patrimonio. I requisiti di patrimonializzazione richiesti alle banche sono molto aumentati dopo la crisi del 2008-2009. Tutti gli organismi internazionali, e per ultima l’Unione Europea, hanno introdotto metodi più stringenti di valutazione dei rischi e requisiti patrimoniali più elevati. E questo è, insieme alla crisi dell’economia reale, una delle cause della restrizione del credito bancario di cui soffrono soprattutto le imprese piccole e medie.
Quindi i 7,5 miliardi derivanti dalla rivalutazione rafforzano il patrimonio del sistema bancario? Sì. E si ottiene questo risultato senza spendere neanche un euro del bilancio pubblico. I proprietari delle azioni rivalutate le venderanno sul mercato per scendere al 3 per cento: i soldi che andranno alle banche verranno dal mercato, non dallo Stato.
Le riserve della Banca d’Italia potrebbero essere usate per altri scopi, ad esempio per finanziare investimenti pubblici o altre forme di spesa pubblica? No, assolutamente no. Non si tratta di un “tesoretto” a cui liberamente attingere, ma appunto di un attivo che garantisce l’intero paese all’interno dell’Unione Economica e Monetaria. Oggi, dopo la crisi finanziaria e con l’Italia soggetta alla crisi del suo debito pubblico, è impensabile anche solo ipotizzarlo. In realtà, le riserve non vengono spese neppure con l’operazione effettuata dal decreto 133, perché esse cambiano semplicemente collocazione all’interno dello stato patrimoniale della Banca d’Italia, spostando 7,5 miliardi da riserve a capitale sociale. Abbiamo però ottenuto il massimo possibile nelle condizioni date: utilizzarle come volano per il rafforzamento del patrimonio del sistema finanziario (bancario e assicurativo) italiano, con effetti indirettamente positivi sulla crescita tramite riduzione delle restrizioni sul credito.
Perché la riforma di Banca d’Italia è stata legata all’IMU? Perché la copertura finanziaria per l’abolizione della rata IMU prima casa di dicembre è stata messa a carico del settore creditizio, finanziario e assicurativo, nonché della stessa Banca d’Italia, con l’aumento degli acconti IRES e IRAP e con un’addizionale straordinaria alle aliquote IRES, per un totale di 2,163 miliardi nel 2013 e 1,5 nel 2014. Mentre, da un lato, si chiede questo sforzo al settore, dall’altro gli si concede il beneficio indirettamente derivante dalla rivalutazione delle azioni della Banca centrale. Peraltro, dalla rivalutazione emergerà un introito fiscale aggiuntivo di circa un miliardo per il bilancio dello Stato.
venerdì 31 gennaio 2014
CariFvg a rischio: danni per tessuto economico e produttivo
La perdita di CariFvg porterebbe a pesanti ricadute sul tessuto produttivo e occupazionale del territorio regionale e isontino, già provato dalla profonda crisi economica. Per questo ho inviato un'apposita interrogazione al ministro dell'Economia e delle Finanze per capire quanto la notizia sia fondata e che iniziative intenda prendere per evitarlo.
L'ho fatto a seguito delle notizie, emerse sulla stampa, in merito al piano industriale ''taglia.-costi'' del neo amministratore del gruppo Intesa San Paolo Carlo Messina, che prevederebbe la creazione di un polo unico al Nord Est e porterebbe l'incorporazione in CariVeneto di CariVenezia e CariFvg (nata dalla fusione tra CariGorizia e CariUdine-Pordenone). Attualmente azionista unico di CariFvg spa è il Gruppo Intesa S.Paolo, che con una complicata operazione societaria, nei primi anni 2000, acquisì il ruolo di socio unico in CariFvg, mentre le fondazioni di riferimento (Gorizia e Udine-Pordenone), acquistarono partecipazioni azionarie nella società di controllo del San Paolo. I patrimoni bancari, però, sono stati creati dagli originari enti pubblici e appartengono alle popolazioni dei territori di riferimento.
Ecco perché la notizia della paventata sparizione di CariFvg spa non può che destare grande allarme per una ingiustificabile situazione di ulteriore danno al territorio. Comporterebbe infatti un impoverimento della struttura bancaria cui si fa riferimento sia in termini di forza lavoro che di presenza di dipendenza sul territorio con probabile decurtazione delle risorse creditizie che oggi CariFvg mette a disposizione del sistema produttivo locale regionale, con depauperamento della finanza locale».
L'ho fatto a seguito delle notizie, emerse sulla stampa, in merito al piano industriale ''taglia.-costi'' del neo amministratore del gruppo Intesa San Paolo Carlo Messina, che prevederebbe la creazione di un polo unico al Nord Est e porterebbe l'incorporazione in CariVeneto di CariVenezia e CariFvg (nata dalla fusione tra CariGorizia e CariUdine-Pordenone). Attualmente azionista unico di CariFvg spa è il Gruppo Intesa S.Paolo, che con una complicata operazione societaria, nei primi anni 2000, acquisì il ruolo di socio unico in CariFvg, mentre le fondazioni di riferimento (Gorizia e Udine-Pordenone), acquistarono partecipazioni azionarie nella società di controllo del San Paolo. I patrimoni bancari, però, sono stati creati dagli originari enti pubblici e appartengono alle popolazioni dei territori di riferimento.
Ecco perché la notizia della paventata sparizione di CariFvg spa non può che destare grande allarme per una ingiustificabile situazione di ulteriore danno al territorio. Comporterebbe infatti un impoverimento della struttura bancaria cui si fa riferimento sia in termini di forza lavoro che di presenza di dipendenza sul territorio con probabile decurtazione delle risorse creditizie che oggi CariFvg mette a disposizione del sistema produttivo locale regionale, con depauperamento della finanza locale».
martedì 6 agosto 2013
Il Senato elimina il Durt
Come avevamo promesso, in sede di voto al Senato è stato eliminato dal Decreto del Fare l'obbligo del Durt per le imprese. Lo annuncio con soddisfazione, anche in risposta anche alle tante richieste pervenute da parte delle imprese regionali, nell'aula del Senato si è riusciti a eliminare l'emendamento voluto dal Movimento5Stelle. Un provvedimento che avrebbe causato solo un'ulteriore ostacolo burocratico alle realtà artigiane locali. Per questo avevamo già annunciato che al Senato avremmo provveduto a eliminarlo, e così è stato fatto.
martedì 16 luglio 2013
Decreto del Fare: incontro con Cna
Nell'ambito dei confronti che sto portando avanti con i principali attori economici del territorio in vista dell'approvazione del ''Decreto del fare'', si è svolto ieri l'incontro con il gruppo dirigente della Cna di Gorizia, guidato dal presidente Maurizio Meletti e dal direttore Roberto Fabris.
Due in particolare gli aspetti su cui ci si è concentrati: primo, la necessità di risolvere definitivamente il problema dei crediti e dei debiti delle imprese verso la pubblica amministrazione, prevedendo delle compensazioni. Secondo, dare avvio a una vera semplificazione amministrativa, che riguardi anche il Durc e gli adeguamenti alla normativa della sicurezza sul lavoro. I rappresentanti dei piccoli imprenditori artigiani hanno attirato l'attenzione sulla situazione delle imprese in provincia, anch'esse alle prese con gli ostacoli burocratici e, soprattutto, con pagamenti per lavori eseguiti che giungono anche a distanza di mesi dalla chiusura delle opere. Una situazione che di mese in mese si fa più grave.
Per questo, come già fatto alla fine dell'incontro con Confartigianato, abbiamo deciso di elaborare degli emendamenti che possano rispondere alle esigenze delle imprese e, di conseguenza, di tutti coloro che vi lavorano.
Due in particolare gli aspetti su cui ci si è concentrati: primo, la necessità di risolvere definitivamente il problema dei crediti e dei debiti delle imprese verso la pubblica amministrazione, prevedendo delle compensazioni. Secondo, dare avvio a una vera semplificazione amministrativa, che riguardi anche il Durc e gli adeguamenti alla normativa della sicurezza sul lavoro. I rappresentanti dei piccoli imprenditori artigiani hanno attirato l'attenzione sulla situazione delle imprese in provincia, anch'esse alle prese con gli ostacoli burocratici e, soprattutto, con pagamenti per lavori eseguiti che giungono anche a distanza di mesi dalla chiusura delle opere. Una situazione che di mese in mese si fa più grave.
Per questo, come già fatto alla fine dell'incontro con Confartigianato, abbiamo deciso di elaborare degli emendamenti che possano rispondere alle esigenze delle imprese e, di conseguenza, di tutti coloro che vi lavorano.
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lunedì 8 luglio 2013
Confartigianato: quattro emendamenti per il territorio
Quattro emendamenti al ''decreto del fare'', per venire incontro alle esigenze delle realtà produttive territoriali: questo il risultato del mio incontro con la Confartigianato isontina, svoltosi oggi a San Lorenzo Isontino. Quattro emendamenti che mi sono impegnato a portare in aula al momento della discussione sul provvedimento. Il primo prevede di facilitare la conversione del demanio militare come sede d'industria, sulla scia di quanto fatto con la caserma di Redipuglia. Il secondo la compensazione tra crediti e imposte, permettendolo non solo alle grandi realtà produttive, ma anche a quelle minori che, magari, vi operano in subappalto. Il terzo e quarto emendamento riguardano modifiche al sistema di tracciabilità dei rifiuti e agli studi di settore per le imprese con minor numero di dipendenti: in questo ultimo caso, in particolare, si chiede di tenere conto delle zone di confine, che devono operare in un settore su cui pesa la concorrenza d'oltreconfine. Assieme a Confartigianato mi sono impegnato a redigere questi quattro emendamenti da presentare in aula, con la speranza di farli approvare quanto prima.
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lunedì 15 aprile 2013
Incontro con Rsu Selex
Lo stabilimento Selex di Ronchi dei Legionari non è attualmente compreso nel piano di ristrutturazione dell'azienda, ma questo comunque non evita le preoccupazioni, che son state espresse dalle Rsu aziendali nel corso del nostro incontro. «Siamo una realtà industriale all'eccellenza per i simulatori di volo – hanno spiegato – e, almeno per il momento, non colpiti in modo pesante dai piani di ristrutturazione». I tredici dipendenti identificati come esuberi, infatti, sono già destinati alla pensione. «Ma quello che preoccupa – hanno continuato – è il futuro: nonostante il carico di lavoro che non manca, è possibile che non ci siano richieste da parte dello Stato di prodotti che sono all'eccellenza nel mondo?» . Il riferimento è al fatto che il Ministero della Difesa, invece di sostenere aziende italiane che assicurano un elevato standard, si muova su altri mercati esteri. Proprio in tale senso è stato richiesto il mio impegno. E io farò tutto il necessario perché tale situazione sia portata all'attenzione di chi di dovere. E' un obbligo dello Stato sostenere, nelle modalità a esso consone, realtà come questa, che sono fondamentali sia per l'occupazione che per l'economia locale».
mercoledì 20 febbraio 2013
Visita alle aree industriali e nautiche
Assieme ai candidati al Parlamento per il Partito Democratico Ettore
Rosato, Ivano Strizzolo, Tamara Blazina, Carlo Pegorer e Laura
Fasiolo ho visitato, ieri mattina, la zona industriale e nautica di
Monfalcone. Dopo una prima tappa al Consorzio Industriale, dove siamo
stati ricevuti dal presidente del Csim Enzo Lorenzon e dal direttore
Giampaolo Fontana, abbiamo visitato lo stabilimento Mangiarotti.
I responsabili del Csim
hanno illustrato gli scopi del Consorzio Industriale, e in particolar
modo la prossima infrastrutturazione che collegherà il sistema di
rotonde dell'aeroporto con l'area industriale Fincantieri-Ansaldo, di
fatto bypassando l'intera Monfalcone e creando contemporaneamente
nuove infrastrutture che renderanno appetibili nuove aree
industriali.
E proprio per dimostrare
cosa significa avere un territorio infrastrutturato e con accesso al
mare, abbiamo visitato lo stabilimento Mangiarotti, insediatosi a
Monfalcone nel 2009, e che ha investito sul territorio 120 milioni di
euro assumendo 200 lavoratori: la maggior parte giovani, diplomatisi
nelle scuole locale (il Malignani di Udine). L'età media dei
dipendenti è infatti di 38 anni. Si tratta di una realtà di
eccellenza, che fornisce macchinari all'avanguardia ad aziende
cinesi, australiane, europee, sudamericane, e che ha scelto
Monfalcone per un un motivo principale: l'accesso diretto al mare.
Conclusa la visita allo stabilimento, ci siamo spostati al Canale Est
Ovest per una rapida visita alle realtà della nautica.
«E' stata un'esperienza
molto interessante – è stato il nostro commento – .Rendersi
conto che la realtà di Monfalcone e del Fvg in genere sa attrarre
eccellenze di questo tipo, che lavorano a livelli di qualità
internazionali, è un bel segnale».
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